Passa al contenuto principale

HARD GREEN – photographic serie, 2016

Rappresentazione, immaginazione e realtà – Tokyo

Andiamo alla cieca.
Nel vagare vedo sterpaglie incatenate, ingabbiate, fuggitive o rassegnate, protette o costrette da un ammasso di vita non biologica che tuttavia sembra condividere un’esistenza intima con quel filo d’erba.

Mi torna alla mente “Mother” dei Pink Floyd:
«…Under her wing she won’t let you fly but she might let you sing…»

Le vegetazioni diventano corpi.
Esistenze in condizioni di costrizione – visibili o invisibili – che cercano, con ogni energia, di uscire, di rompere una linea, di aprire uno spazio.

Un flash: centinaia di bambini in un capannone a cucire piccoli giocattoli.
Poi la puzza di migliaia di polli addossati, sostenuti l’uno dall’altro, incapaci di reggersi.
E subito dopo la Signora Maria del mio pianerottolo, sola e vecchia come il trabiccolo che la regge.

La stessa immagine si incrina.

La gabbia che sembrava ostacolo può essere protezione.
Le ramificazioni che si slanciano verso l’alto possono essere fuga o esposizione.

Un cactus emerge.
Sforzo, o estasi?
Lo stesso gesto.
Chi guarda decide — o forse no.

Chiudo gli occhi.
A rappresentare quel lembo di esistenza sono le dita sulle corde di una chitarra.

O l’odore.
O il tatto.
Forse ciò che chiamiamo interpretazione è solo un velo che sovrapponiamo al mondo.
E forse immaginazione e interpretazione coincidono, nello stesso punto in cui smettiamo di distinguere.

Allora mi chiedo:
e se dovessi rappresentare la Divinità?

Stay Vivid.