Andiamo alla cieca. Nel vagare vedo sterpaglie incatenate, ingabbiate, fuggitive o rassegnate, protette o costrette da un ammasso di vita non biologica che tuttavia sembra condividere un’esistenza intima con quel filo d’erba.
Mi torna alla mente “Mother” dei Pink Floyd: «…Under her wing she won’t let you fly but she might let you sing…»
Le vegetazioni diventano corpi. Esistenze in condizioni di costrizione – visibili o invisibili – che cercano, con ogni energia, di uscire, di rompere una linea, di aprire uno spazio.
Un flash: centinaia di bambini in un capannone a cucire piccoli giocattoli. Poi la puzza di migliaia di polli addossati, sostenuti l’uno dall’altro, incapaci di reggersi. E subito dopo la Signora Maria del mio pianerottolo, sola e vecchia come il trabiccolo che la regge.
La stessa immagine si incrina.
La gabbia che sembrava ostacolo può essere protezione. Le ramificazioni che si slanciano verso l’alto possono essere fuga o esposizione.
Un cactus emerge. Sforzo, o estasi? Lo stesso gesto. Chi guarda decide — o forse no.
Chiudo gli occhi. A rappresentare quel lembo di esistenza sono le dita sulle corde di una chitarra.
O l’odore. O il tatto. Forse ciò che chiamiamo interpretazione è solo un velo che sovrapponiamo al mondo. E forse immaginazione e interpretazione coincidono, nello stesso punto in cui smettiamo di distinguere.
Allora mi chiedo: e se dovessi rappresentare la Divinità?
Stay Vivid.
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