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INNER KAOS – photographic work, 2000

Inner Kaos è il punto in cui il processo si ferma e si espone.

Dopo la dissoluzione di Tabula Rasa (Nigredo), in cui l’identità viene attraversata e disgregata, qui emerge una zona instabile: una soglia. Non è ancora trasformazione, ma nemmeno perdita. È uno stato intermedio in cui la coscienza non può più tornare indietro, ma non ha ancora una forma nuova da abitare.


In termini junghiani, è il momento in cui il confronto con l’Ombra ha già aperto una frattura, ma non è ancora avvenuta integrazione. L’Io si trova sospeso, esposto a un materiale psichico che non controlla più.


L’Albedo, nella tradizione alchemica, non è luce compiuta ma chiarificazione. Una luce fredda, che non consola. Porta visibilità, non soluzione.

Le immagini di Inner Kaos nascono esattamente in questo spazio: non rappresentano un’identità, ma la sua instabilità. Sono paesaggi interiori, ma non simbolici in senso narrativo. Piuttosto, funzionano come superfici di emersione: frammenti in cui il soggetto si percepisce mentre si perde.

Il senso di smarrimento non è un tema, è una condizione operativa.
Non ci sono coordinate stabili: né morali, né emotive, né formali.


Quello che emerge è una tensione continua tra reazione e accettazione, tra il tentativo di affermarsi e la consapevolezza che ogni forma è ancora provvisoria. Una terra di nessuno in cui l’identità non può più appoggiarsi a sistemi esterni – nessuna “bandiera” da seguire o da negare.

In questo senso, Inner Kaos non costruisce un linguaggio: lo mette in crisi.
È il momento in cui l’artista smette di rappresentarsi e inizia a vedersi.


E proprio per questo, è il passaggio necessario verso Far Out In Out (Rubedo), dove ciò che qui è ancora frammentato potrà, eventualmente, trovare una forma incarnata.