Passa al contenuto principale

Autore: michele

HARD GREEN – photographic serie, 2016

Rappresentazione, immaginazione e realtà – Tokyo

Andiamo alla cieca.
Nel vagare vedo sterpaglie incatenate, ingabbiate, fuggitive o rassegnate, protette o costrette da un ammasso di vita non biologica che tuttavia sembra condividere un’esistenza intima con quel filo d’erba.

Mi torna alla mente “Mother” dei Pink Floyd:
«…Under her wing she won’t let you fly but she might let you sing…»

Le vegetazioni diventano corpi.
Esistenze in condizioni di costrizione – visibili o invisibili – che cercano, con ogni energia, di uscire, di rompere una linea, di aprire uno spazio.

Un flash: centinaia di bambini in un capannone a cucire piccoli giocattoli.
Poi la puzza di migliaia di polli addossati, sostenuti l’uno dall’altro, incapaci di reggersi.
E subito dopo la Signora Maria del mio pianerottolo, sola e vecchia come il trabiccolo che la regge.

La stessa immagine si incrina.

La gabbia che sembrava ostacolo può essere protezione.
Le ramificazioni che si slanciano verso l’alto possono essere fuga o esposizione.

Un cactus emerge.
Sforzo, o estasi?
Lo stesso gesto.
Chi guarda decide — o forse no.

Chiudo gli occhi.
A rappresentare quel lembo di esistenza sono le dita sulle corde di una chitarra.

O l’odore.
O il tatto.
Forse ciò che chiamiamo interpretazione è solo un velo che sovrapponiamo al mondo.
E forse immaginazione e interpretazione coincidono, nello stesso punto in cui smettiamo di distinguere.

Allora mi chiedo:
e se dovessi rappresentare la Divinità?

Stay Vivid.

ES-SENZA – Giovanni Gennari, The Bid Art Space, 2021

Mostra personale commemorativa del fotografo Giovanni Gennari e presentazione del volume “ES-SENZA”. Con il Patrocinio della Regione Marche, del Comune di Pesaro e del Comune di Cagli



Scrivere di Giovanni Gennari va oltre le mie capacità.
Troppo vasta, troppo viva la sua opera per essere contenuta.

La nostra amicizia nasce agli inizi del BID.
Giovanni c’era. Osservava.
E quando parlava lo faceva senza filtri, con un’onestà rara, sempre necessaria.

Ricordo ancora quando gli proposi di esporre.
La sua risposta fu semplice:
“Ma cosa ti porto?”

Poi arrivò con una nuova intuizione.
Un territorio che stava appena iniziando a esplorare.
Quello che vidi non era solo fotografia: era una visione.
Una sintesi di mondi, capace di tenere insieme Oriente e Occidente senza scorciatoie.

Da quel momento Giovanni è diventato parte del BID.
Aveva le chiavi della porta – e, in qualche modo, anche dei miei pensieri.

Rimane un rammarico.
Un progetto nostro, mai realizzato.

Ciao amico.
Aspettami – con qualche idea delle tue.

→ Volume disponibile sul sito della Fondazione Leopoldo Uccellini

BORDER TOWN – photographic work, 2011


UNA CITTÀ E I SUOI FANTASMI

Per Lorenzo Di Loreto Pesaro è una città di fantasmi senza volto, ectoplasmi della memoria rievocati da immagini fluide, mobili, rese ancora più misteriose da un bianco e nero dai riflessi lunari. Un’urbe notturna ed evanescente, dove è difficile riconoscere angoli e scorci familiari, che dissolvono i loro contorni nella voluta rapidità  dell’immagine, come le strade di Lisbona colte dallo sguardo di Wenders in Lisbon Story, le botteghe di Rimini esplorate da Fellini in Amarcord , la città eterna straziata dal dopoguerra in Roma Città Aperta di Rossellini. 

Come nei fotogrammi di un film d’autore, Di Loreto ci conduce in luoghi sospesi in un tempo impossibile, ci accompagna in un’esplorazione di un passato che confina col presente, per rintracciare frammenti di personaggi anonimi ma popolari come “i matti del villaggio”, gli homeless che hanno composto con le loro gesta assurde interi capitoli nella storia di tante città italiane. 

Prima erano i poeti a ricordarli, e poi sono arrivati gli artisti e i fotografi, da Stieglitz a Cartier Bresson, mai timorosi di immortalare le traiettorie impercettibili ma definitive della follia nei volti, nei gesti, nelle pose degli esseri umani che hanno deragliato dal binario della “normalità”. Così le immagini di Lorenzo Di Loreto insieme alle parole di Cristina Ortolani ci guidano in una Border Town abitata da Grugén e Pinuccio, Gagio e la Fattora , alla scoperta di una Pesaro diversa e inedita, come la città delle soglie di Annalisa Sonzogni e dei monumenti sospesi di Irene Kung, che prima di Lorenzo Di Loreto hanno interpretato la città di Rossini per il Centro Arti Visive Pescheria di Pesaro.

| Ludovico Pratesi


LA FOTO CHE NON C’È

Memorie personali, filtrate dalle storie di famiglia, dallo sguardo di un ragazzo, dalla comprensione dell’adulto, dallo stile del fotografo; infine, dal sentimento di una città. 

Lorenzo Di Loreto raduna in Pescheria, uno dei luoghi-simbolo della loro Pesaro, i matti che hanno colorato la vita di almeno tre generazioni. Sì, proprio i matti: per una volta lasciamo da parte il politically correct e diamo spazio alla divina follia, quella che dal Principe Myškin di Dostojevskij ci porta indietro no al Cristo flagellato e deriso. In mezzo: il buffone, il clown, il miserabile, fermato nell’attimo della propria privatissima visione.

Memorie personali, filtrate dalle storie di famiglia, dallo sguardo di un ragazzo, dalla comprensione dell’adulto, dallo stile del fotografo; infine, dal sentimento di una città. 

Lorenzo Di Loreto raduna in Pescheria, uno dei luoghi-simbolo della loro Pesaro, i matti che hanno colorato la vita di almeno tre generazioni. Sì, proprio i matti: per una volta lasciamo da parte il politically correct e diamo spazio alla divina follia, quella che dal Principe Myškin di Dostojevskij ci porta indietro no al Cristo flagellato e deriso. In mezzo: il buffone, il clown, il miserabile, fermato nell’attimo della propria privatissima visione.

Ciclón, Grugén, Iop Iop Drin Drin, la Fattora, Minghén Gózz. E poi Gagio, Pinuccio. Persone che diventano luoghi e luoghi che rimandano presenze; mattoni, dei quali nella nebbia o in un lampo pare di sentire la voce. I vortici astratti delle immagini di Lorenzo ci proiettano immediatamente nelle profondità straziate dell’anima, e il loro biancoenero non appare troppo dissimile dai colori lancinanti di Van Gogh o dai segni sui volti iconici di Rouault (Lorenzo sa che io non riesco a ragionare se non per suggestioni cromatiche). Oppure dalla maschera tutta bu- che nere che attribuiamo a Pasqualon.

Conosco Lorenzo da dieci anni, ormai, e delle sue immagini apprezzo sempre più proprio questa capacità di astrazione mai fredda, la virtù dolorosa di esporsi con eleganza e senza infingimenti: l’arte è una ferita che diventa luce, diceva Georges Braque. E come non riconoscere un po’ di questa luce nelle immagini che, gente di con ne a parte, sono figura dell’autore stesso?

Per una volta mi è offerta la possibilità di raccontare la memoria privilegiando la traccia della suggestione invece che del documento, rovesciando l’abituale prospettiva di chi fiuta indizi e quasi ossessivamente riconosce connessioni, nel tentativo di cercare un senso alle storie. Nessuna conclusione, invece, in questo primo capitolo del progetto Border Town; semmai un inizio: i testi che accompagnano le foto alludono a spunti da approfondire in un’occasione successiva, in un racconto che coinvolgerà altre figure, altri luoghi, altre persone. A proposito, grazie, Lorenzo, per questo viaggio con pochi bagagli, poche certezze, molto spazio bianco da respirare.

Qui di fronte, proprio sotto l’antico orfanotrofio o cittadino, seduti su quelle sedie un po’ sgangherate ci sono Grugén e Iop Iop, con loro anche el Gréll, Ciulina. Altri si affollano intorno, già l’aria della leggenda prevale sull’odore del pesce. Poco più giù la Fattora aspetta il cliente delle sei, e le ombre bianche delle suore svolazzano austere nei corridoi del San Benedetto.

Se vi affacciate un poco, con discrezione, forse riuscirete a incontrarli. Anche Pasqualon e la Micléna sorridono. 

| Cristina Ortolan


A OCCHI CHIUSI

Ho scelto di catturare nei miei scatti alcuni posti non certo tra le vedute classiche della cittadina. E l’ho fatto risalendo il corso della memoria, personale sicuramente, ma che sfocia spesso in un ricordo collettivo che a quei luoghi ha consacrato alcuni personaggi leggendari. Donare bellezza e clamore ai Palazzi o agli scorci cittadini esula dal mio intento fotografico e artistico. Piuttosto cerco qualcosa in grado di riformare quel legame con le persone che di quelle vie, di quei marciapiedi, furono assidui frequentatori no a divenirne appunto, quasi un simbolo.

Guidano il cuore e lo stomaco; gli occhi, smarriti tra assenze e nuove aliene presenze faticano a ritrovare la via. 
In uno stile che rinuncia a mostrare, questo progetto si propone invece di suscitare; sensazioni, pure visioni di quei luoghi, di quei personaggi e degli spiccioli di memoria che balenano alla mente come lampi fugaci.

Border Town perché quella che non si vede nelle fotografe è una città di confine, sospesa tra la realtà dei mattoni e l’immaginazione che diviene a tratti pura rappresentazione.
Ciclón, Grugén, la Fattora e altri personaggi anch’essi border, anch’essi al con ne tra memoria, fantasia e leggenda, egregiamente misurate nei testi di Cristina Ortolani che – come una moderna alchimista, o una strega, ma di quelle belle e brave – ha colto l’essenza dei miei scatti, e sublimando e distillando, ha creato un elisir d’eccezione in grado di rendere fruibile la visione (materia grezza) di un artista ad un pubblico più vasto. Pubblico che non troverà in queste pagine le cartoline che forse si aspettava da una mostra fotografica su Pesaro ma che, dentro e al di là dello sfocato e del mosso, o nelle crepe di un muro, potrà accedere a frammenti di memoria e sensazioni autentiche.

In fondo, credo che il ruolo di un artista sia quello di donare sempre qualcosa di sé all’osservatore. 

Questa è la mia “personale visione” – come mi era stato chiesto – questa è la mia Pesaro. 

| Lorenzo Di Loreto


Far Out IN OUT – photographic work, 2010

Selection from the book “Far Out IN OUT” – Moretti&Vitali Editori 

[…] «Questi suggerimenti e percorsi interiori echeggiano negli osservatori in grado di comprendere che quanto viene prodotto dalla macchina fotografica e dai suoi processi, derivi non solo e neppure principalmente dai soggetti o dalla tecnica, bensì dal cuore e dalla mente dell’artista. 

È con questo spirito che ci  si dovrebbe accostare ai lavori di Lorenzo  Di Loreto. In relazione con l’intangibile, i suoi misteri abbracciano il firmamento, la fluidità dell’acqua, il movimento della luce nella speranza di trasmettere un ineffabile senso di meraviglia ai misteri dell’Universo. Di Loreto ha dato vita a un’opera che è, nelle parole di John Berger, “una forma di trasporto”, e ciò costituisce senza dubbio il reale proposito dell’arte». 

| Naomi Rosenblum – NYC Aprile 2010


[…] «Guardando gli scatti di Lorenzo è azzardato e limitante supporre che il ruolo di un artista fotografico sia semplicemente  interpretare o documentare il proprio coinvolgimento immediato. Io stesso sono del parere che una fotografia possa essere molto di più; il potere dell’arte deve anche essere espressione poetica perché lo scopo principale  dell’artista è quello di elevare la  persona ad un livello superiore. 

Nelle fotografie di Lorenzo Di Loreto diveniamo consapevoli della quintessenza e del processo dell’Essere non solo in maniera estetica ma anche intelligibile. Lo stesso autore afferma: “Amo definire la mia Arte come rituale e spirituale». 

| Frank Dituri NYC – Aprile 2010


«”Far out In OUT” è una purificazione, una distillazione, un altro gradino più vicino all’Essenza. La tanto auspicata rinascita mistica, per la quale Tabula Rasa e Inner Kaos avevano preparato il terreno. 

Ora è il ritorno dell’eroe che porta con sé l’elisir duramente conquistato dopo aver ucciso il Drago che lo custodiva gelosamente. L’espressione artistica diviene pura sublimazione dei moti dell’Anima; strumento privilegiato destinato a dar voce e forma a quell’Unico celato nelle remote profondità dell’Essere, la cui intimistica esplorazione costituisce il mio principale intento. 

Amo definire la mia Arte come rituale e spirituale». 

| Lorenzo Di Loreto – Aprile 2010

LANDSCAPES. East Meets West, 2019

Shatto Gallery (Los Angeles), co-curated with Andrey Martynov, initiated at The BID Art Space, Pesaro

International Curators: Andrey Martynov and Lorenzo Uccellini
Resident Curator: Yujin Iris Jeong


VIDEO

INNER KAOS – photographic work, 2000

Inner Kaos è il punto in cui il processo si ferma e si espone.

Dopo la dissoluzione di Tabula Rasa (Nigredo), in cui l’identità viene attraversata e disgregata, qui emerge una zona instabile: una soglia. Non è ancora trasformazione, ma nemmeno perdita. È uno stato intermedio in cui la coscienza non può più tornare indietro, ma non ha ancora una forma nuova da abitare.


In termini junghiani, è il momento in cui il confronto con l’Ombra ha già aperto una frattura, ma non è ancora avvenuta integrazione. L’Io si trova sospeso, esposto a un materiale psichico che non controlla più.


L’Albedo, nella tradizione alchemica, non è luce compiuta ma chiarificazione. Una luce fredda, che non consola. Porta visibilità, non soluzione.

Le immagini di Inner Kaos nascono esattamente in questo spazio: non rappresentano un’identità, ma la sua instabilità. Sono paesaggi interiori, ma non simbolici in senso narrativo. Piuttosto, funzionano come superfici di emersione: frammenti in cui il soggetto si percepisce mentre si perde.

Il senso di smarrimento non è un tema, è una condizione operativa.
Non ci sono coordinate stabili: né morali, né emotive, né formali.


Quello che emerge è una tensione continua tra reazione e accettazione, tra il tentativo di affermarsi e la consapevolezza che ogni forma è ancora provvisoria. Una terra di nessuno in cui l’identità non può più appoggiarsi a sistemi esterni – nessuna “bandiera” da seguire o da negare.

In questo senso, Inner Kaos non costruisce un linguaggio: lo mette in crisi.
È il momento in cui l’artista smette di rappresentarsi e inizia a vedersi.


E proprio per questo, è il passaggio necessario verso Far Out In Out (Rubedo), dove ciò che qui è ancora frammentato potrà, eventualmente, trovare una forma incarnata.